IL SANTUARIO DI SAN PATRIZIO

Testo scritto a quattro mani con Bruno Vaerini.

12 agosto 2018. Il mio ex-studente e collaboratore Luca mi ha accompagnato nel paese in cui vive per visitare il Santuario di San Patrizio in media Valle Seriana. Sono rimasto a dir poco colpito. Lo si vede già da lontano arrivandoci, è letteralmente appoggiato su uno sperone di roccia. È un monolite. La facciata d’ingresso è un blocco massivo senza aperture, di carattere opposto alla leggerezza che vi si trova all’interno. Il pavimento in cotto su cui si cammina fin dall’ingresso è imperfetto, poiché molto vissuto. La scalinata che penetra l’edificio, quasi una rampa, ricorda le opere rinascimentali di Bramante e Vignola e si apre un portico che si affaccia a picco sulla valle.
Il sacello trecentesco, il nucleo più antico, è circondato dal portico su tutti i lati, è un esperienza non diversa da quella che si prova visitando la Cappella Rucellai di Alberti, sprigiona una forte energia. Il ritmo del loggiato, il silenzio e il suo vuoto va oltre lo spazio contemplativo. Ti abbraccia, è uno spazio di socialità. Lo sguardo si smaterializza in profondità, e si libera nella valle. Le colonne in pietra sembrano un tutt’uno con la pietra su cui è appoggiata la chiesa.
Il santuario è in realtà composto da più architetture: il campanile, il sacello e la chiesa principale, oltre a tanti altri spazi annessi non meno preziosi. Tutte queste sono state unite progressivamente dal portico, e le loro energie si mescolano in una sola forma plastica. Un lato del portico si affaccia su una parte verde, il bosco, sul lato opposto si percepisce l’abisso della valle. Ha un perimetro irregolare che segue la forma della roccia su ci appoggia, e lo considero assolutamente un valore aggiunto al risultato. Infatti sul fronte rivolto alla valle forma un angolo simile a quello di una prua di una nave. Anche sul lato verso il bosco, a ridosso di una mulattiera, forma un angolo simile, meno pronunciato, ma molto espressionista. Su questo stesso lato, due colossali contrafforti si appoggiano sulla nuda roccia e i grandi vuoti -che belli!- formano dialogano con gli archi del loggiato e con tutta la massa del santuario.
L’esperienza di questa architettura è stata ancora più immersiva con la pioggia, che ha accentuato i profumi del bosco e i rumori della natura. Uno di questi suoni veniva da una fontanella seicentesca.
È un architettura nata con il tempo, dal lavoro di più persone lontane anche secoli tra loro, ma appartenenti al luogo. È stato costruito pezzo per pezzo come le cattedrali. Dimostra ancora una volta come sia il tempo a dare un segno e un significato alle belle cose, non da singoli architetti che calano la loro opera autoreferenziale dall’alto. Questa invece sembra fatta da Dio! Qui nulla è fuoriposto, c’è solo quello che serve, con umiltà e naturalezza. Questo mi fa pensare.

(immagini dalla monografia del Santuario di S. Patrizio. Schizzo di Luigi Angelini, 1922)

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