ARCHITETTURA CINEMATICA

L’esperienza cinematica e l’architettura è sempre più approfondita nei testi di oggi. Ma nessuno ha descritto meglio questa esperienza come Ėjzenštejn che ha definito l’Acropoli di Atene la prima realizzazione cinematografica. Così scriveva il regista russo e Maestro del cinema nel 1938 in “Montage and Architecture”:

“[Quando si parla di cinema] la parola percorso non è utilizzata per caso. […] La pittura è rimasta incapace di fissare la rappresentazione generale dei fenomeni nella loro totale visione multidimensionale – distribuita nello spazio tempo -. Solo la camera cinematografica ha risolto il problema riuscendovi su una superficie piatta, ma l’indubbia ascendente di questa capacità è l’architettura. L’Acropoli di Atene può esser legittimamente definita come perfetto esempio di uno dei più antichi film.”

Il Montaggio è inteso da lui come composizione di più rappresentazioni frammentate in un’immagine unitaria e coinvolgente. Con gli esempi del Partenone, del Baldacchino di San Pietro del Bernini e di altri capolavori sia un mezzo mediale comune a tutte le arti.

“Attraverso il lirismo della narrazione il regista descrive a parole come su pellicola l’intera “promenade architectural” studiata dai maestri greci, che lo spettatore attraversa passeggiando nell’Acropoli. Come sequenze di un film ci spiega le scene, i quattro punti focali, ognuno con una calibrata e vitale posizione nello spazio. Una composizione di rappresentazioni che impressionano la retina dell’osservatore: i Propilei, la statua di Athena, il Partenone e l’Eretteo con la loggia delle Cariatidi. La prima impressione di ogni immagine è quello che conta, accompagnata dal montaggio generale.

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Così la visione frontale dei Propilei, con l’asimmetria illusoriamente simmetrica, trova convergenza focale nella grandiosa statua della Dea, che anticipa ed incoraggia all’aprirsi della veduta angolare del Partenone. (Per gli Antichi la visione obliqua era la regola, mentre la frontale l’eccezione). L’Eretteo è nascosto dal basamento della statua e solo una volta percorsi i passi dell’architettura del Tempio ed abbandonata alle spalle la gigantesca scala dell’Athena, è possibile scorgere l’elegante compostezza della Loggia delle Cariatidi. Tutto è bilanciato nell’armonia apparentemente discorde delle cose. Le ali piene dei propilei trovano il loro contraltare frontale nei vuoti una volta superati, la visione d’angolo del Partenone è speculare a quella dell’Eretteo.”

La descrizione del percorso dell’Acropoli attraverso una sequenza di immagini viene proposta già verso la fine dell’800 da Auguste Choisy nella sua Histoire dell’Architecture. Il passo viene citato non solo da Ejzenstein, ma anche da Le Corbusier, che nel 1923 vi prende spunto e spiega la promenade architectural in “Vers une architecture”. La disposizione di questi edifici non segue banali regole simmetria ma precise principi compositivi polari come ben studiato dall’architetto Costantinos Doxiadis, in cui i punti di vista privilegiati sono centro di raggi visivi che definiscono la posizione degli angoli dell’edificio. Doxiadis riscontra studiando varie città greche antiche con le relative acropoli o templi certi principi ricorrenti nella definizione dell’ampiezza di tali angoli.

Il testo di Einsenstein diventato spunto per molti architetti per la composizione sia di architetture che di interni, ad esempio per percorsi museografici. Quello che noi possiamo chiamare esperienza cinematica possiamo applicarla a diversi esempi di architettura.

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Ho recentemente visitato il castello di Neuschwanstein, forse spinto da ricordi e sentimenti infantili e da nostalgia. Sono arrivato a Fussen quasi come in un sogno, inconsapevole dei miei movimenti, deviando irrimediabilmente un viaggio in cui ero diretto invece a Francoforte e Colonia. L’ascesa al castello e l’accesso ad esso, costeggiandolo il quasi tre quarti del suo perimetro, non mi ha portato in mente niente altro che le parole di Eisenstein. In effetti il castello è una specie di Acropoli, che domina il paesaggio ed è protetto dalle sue mura oltre che dai crepacci. Ogni volta si presentano scenari nuovi ed inaspettati. Lo si raggiunge da dietro, costeggiando poi lato nord si arriva lateralmente al portale rosso rivolto ad est. Non si raggiunge un ampio cortile come ci si aspetterebbe, ma di fronte a noi abbiamo un muro, posto sul lato opposto di un piccolo spazio. Riusciamo comunque a vedere oltre il muro il corpo principale del castello e a sinistra una scala per raggiungere la corte su cui si affaccia, siamo quindi invitati a salire sul secondo livello dove in effetti si apre una grande piazza rappresentativa di ampio respiro. Il castello è comunque un progetto incompiuto Infatti i disegni preparatori (di un pittore, non di un architetto) ci rivela che sopra il muro che divide la prima piccola corte da quella più ampia doveva sorgere una cappella sovrastata da una altissima torre. Il risultato sarebbe stato quindi maggiormente claustrofobico all’ingresso, quasi militare, e maggiormente aulico al secondo livello.

E’ anche significativo come il castello cambia totalmente a seconda del punti di vista. È noto come il re Ludovico II avesse intenzione di rappresentare se stesso nei suoi castelli, da questo edificio sembra metafora della complessità di questo affascinante personaggio. La celebrità del castello di Neuschwanstein è senz’altro dovuta non solo a suo spiccato romanticismo ma anche all’esperienza coinvolgente che si ha nel percorrere il suo spazio.

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I templi Indù (semplifico indù solo perché è una galassia molto più complessa che sicuramente qualcuno mi potrà correggere con fiumi di inchiostro) differiscono rispetto ai nostri templi, le cattedrali, sopratutto dal fatto che i vari livelli di trascendenza che vuole simboleggiare li rappresenta in pianta anziché in alzato. È un ragionamento tutto mio che cerco di spiegare con degli esempi. Uno chiarissimo è il duomo di Milano, dove al primi livelli di sculture, in punti più bassi ci sono i martiri impiccati, scuoiati, traffitti e chi ne ha più ne metta, mentre salendo in altezza ci sono i beati, i santi gli angeli, e più in alto di tutti la Madonnina. Mentre se si prende Angkor questo ragionamento non funziona più di tanto in alzato, quanto in pianta. Infatti il tempio è composto da tanti recinti a grosso modo quadrati, concentrici l’uno con l’altro, è ovvio che rappresentano gradi di sacralità sempre più alti, fino ad arrivare al tempio centrale con le famose torri a forma di ananas.

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Per questo modo di essere impostati i templi del sud-est asiatico si prestano molto ad essere analizzati come esperienze cinematiche, un esempio che mi piace molto è il tempio di Preah Vihear. Che è composto in realtà da 5 padiglioni, detti gopura, disposti su un percorso lineare lungo mezzo miglio, in una modesta pendenza. Il sito è spettacolare, è posto su uno strapiombo. La montagna infatti è simbolo della danza cosmica ed dell’energia terrestre. Ogni padiglione si può paragonare ad una stazione della via crucis, ma sicuramente meno noioso di un tabernacolo della via crucis, perché ogni stazione è composto da portici, cappelle, cortili, e da architetture che rimandano al corpo umano e alle sue nove aperture. Delle vere e proprie sequenze di un ideale film, o episodi di una serie. Il padiglione finale, a cui si giunge dopo una scalata “eroica” è posta su un impressionante baratro, il percorso si conclude con un panorama mozzafiato e sul punto più alto del monte e più vicino alla volta celeste.

Questa digressione serve solo a dimostrare come il linguaggio del cinema e del movimento ben si sposa con la descrizione di uno spazio architettonico, in cui le uniche costanti sono il tempo e il movimento, un nuovo modo di concepire la Scuola Peripatetica, già rappresentata da Raffello nella Scuola di Atene, dove il suo Aristotele attraversa l’architettura, appunto, camminando.

raffaello la_scuola_di_atene - Copia.jpg

fonti: I. Zaccagnini in polinice.org;
Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, “Teoria del montaggio”, 1938;
Rivista Archeo n.o 399, 2018.

 

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